29/02/2008

 
 

 

Lo scopo di queste pagine è di mettere a fuoco il senso del giubileo più che descrivere la sua concretizzazione.

Offriamo semplicemente alcuni elementi per lasciare affiorare alla memoria quello che già conosciamo e abbiamo vissuto recentemente nel grande giubileo dell’anno 2000.

Il testo di riferimento è il capitolo 25 del Libro del Levitico.

Le norme, così come ci vengono offerte dal testo biblico, con molta probabilità non sono mai state attuate o, per lo meno, non ci sono documenti che lo attestino. Ci troviamo, quindi, di fronte a un evento talmente grande e impegnativo che chi l’ha promulgato non lo ha messo in pratica. Prese alla lettera sono norme sconvolgenti, tanto che, col passare del tempo, vengono cercati dei compromessi, per mantenerne lo spirito, ma senza concretizzazione.

La lettura del libro del Levitico, ci situa in un momento in cui il popolo, fatto uscire dal-l’Egitto, si trova nella terra che gli era stata promessa da Dio, una terra libera, fertile, un luogo per costruire una casa, ma che, per essere mantenuta, ha bisogno di norme. Norme da applicare per regolare i rapporti: con gli altri, con Dio e con la terra.

Una vita armoniosa nella terra, promessa e ricevuta, è possibile grazie a queste leggi e norme.

La prescrizione che ritorna più frequentemente è la prescrizione del riposo: ogni sette giorni, ogni sette anni, e un anno di riposo speciale ogni sette settimane di anni, cioè ogni quarantanove anni: il giubileo.

In gioco c’è la qualità della vita, la capacità non solo di muoversi in uno spazio geografico ma anche in un tempo che viene qualificato come carico di senso. 

La storia ha pause per rileggersi:

-      ci si ferma per dare senso e benedire quello che c’è stato e si è vissuto; prescrizione che affonda le sue radici nel libro della Genesi (Gn 2, 1-3): Dio il settimo giorno si ferma da ogni lavoro e questo Suo fermarsi è compimento;

-      ci si ferma per guardare ciò che si è fatto e per dire con Dio e come Lui: è cosa bella e buona.

Il compimento di ogni lavoro è quindi la capacità di stupirci del lavoro svolto, di esserne contenti, un tempo di ammirazione. Chi riposa non è solo l’uomo, ma anche gli animali e la terra, tutto ciò che appartiene a Dio. Sono leggi impegnative.

In un arco di 50 anni possono accadere molte cose: una volta entrati nella terra promessa ciascuno ne riceve un pezzo, poi c’è chi compra, chi vende, chi guadagna, chi si indebita e vende se stesso diventando schiavo, qualcuno si trova con due appezzamenti di terra, altri completamente senza.

Per regolare tutto questo il popolo si lascia entusiasmare da un’idea: ogni 50 anni è necessario riportare le cose come erano all’inizio: restituire a ciascuno quello che è suo, quello che gli era stato donato da Dio.

 L’istituzione di questo anno traduce il desiderio liberarsi dai pesi accumulati, dalle proprietà: è necessario quindi un anno per restituire non solo la libertà ai prigionieri, ma anche la terra, per offrire loro un’altra possibilità.

Se il popolo ha rispettato l’anno sabbatico ogni sette anni, lasciando riposare la terra – il cosiddetto anno “a maggese”, il riposo e il ritorno all’origine del cinquantesimo anno non si realizzano. In gioco ci sono, più che la terra, le relazioni.

 

L’anno giubilare costringe il popolo al riposo, per re-imparare a fidarsi del Signore, in un modo molto concreto: se non si semina un anno, l’anno dopo non si raccoglie; e se si semina nel terzo anno, solo nel quarto si possono avere frutti.

La conseguenza è un riposo forzato per tre anni in cui non si hanno raccolti, un tempo a disposizione per focalizzare la fiducia nel Signore.

“Metterete in pratica le mie leggi e osserverete le mie prescrizioni, le adempirete e abiterete il paese tranquilli. La terra produrrà frutti, voi ne mangerete a sazietà e vi abiterete tranquilli. Se dite: Che mangeremo il settimo anno, se non semineremo e non raccoglieremo i nostri prodotti?, io disporrò in vostro favore un raccolto abbondante per il sesto anno ed esso vi darà frutti per tre anni. L’ottavo anno seminerete e consumerete il vecchio raccolto fino al nono anno; mangerete il raccolto vecchio finché venga il nuovo”. (Lv 25, 18-32)

 

Il problema di fondo, quello che minaccia la fiducia è sempre lo stesso: cosa mangio?

E Dio dall’inizio risponde: “Io ti do una mano, la terra ti darà un raccolto che basta per tre anni”. Ma questo richiede una fiducia molto concreta e quotidiana: fiducia in un Dio che provvede, fiducia che ad ognuno verrà restituito ciò che è suo, ciò che gli è stato affidato.

Gli Israeliti vivono nella terra come ospiti e forestieri, è un dono in gestione; la terra affidata non è una proprietà assoluta, restituire a ciascuno la terra dell’inizio è restituire a ciascuno la possibilità di ri-avere, non solo un pezzo di terra, ma anche la fiducia di Dio che concretamente continua a ritenere il Suo popolo capace di “custodire e coltivare” la sua terra. La terra rispetta il sabato perchè è di Dio.

Possiamo quindi rintracciare due direzioni del giubileo presentato nel libro del Levitico:

-      la liberazione di tutti gli abitanti

-      il ritorno alla proprietà dell’inizio.

 

Tutto parte dall’esperienza di un Dio che ascolta il grido. Così ci viene presentato il nostro Dio fin dai primi versetti del libro dell’Esodo. Dio ascolta il grido degli Israeliti e trova il modo per intervenire e liberare dal grido. Ci viene fatto conoscere un Dio che ha delle preferenze, preferisce chi è meno favorito, chi grida il suo bisogno di terra, di cibo, di diritti, di libertà, ascolta il grido di chi denuncia il suo bisogno per vivere.

Il giubileo inaugura un altro luogo carico della presenza di Dio: il tempo.

Il tempo sabbatico, tempo del riposo, è tempo santo, carico del rapporto con il Signore provvidente. Il riferimento al tempo come luogo di santità si è reso necessario a partire dalla storia stessa del popolo d’Israele. Dal dono della terra in Canaan, attraverso il tempo dei Giudici, il popolo passa alla monarchia e quindi all’esilio, dove non ci sono più riferimenti.

Non c’è tempio, e quindi non c’è luogo sicuro della presenza di Dio; non c’è re, manca un legislatore; non c’è la terra, viene meno la stabilità. C’è bisogno di un luogo sicuro che non venga tolto e questo luogo nuovo dell’incontro di Dio con il Suo popolo è il tempo.

Siamo di fronte ad un evento non celebrato, e questo ci porta a cogliere che il giubileo è un ideale cui tendere, ci spinge verso il desiderio di avvicinare l’ideale annunciato alla realtà vissuta, per quella parte piccola o grande realizzabile da ciascuno.

Un’altra caratteristica del giubileo è l’assenza di riti visibili e comunitari.

Viene indetto, proclamato, dal suono del corno, lo jobel, ma resta privo di celebrazioni in cui il popolo compie gesti comuni.

La realizzazione del giubileo è lasciata all’iniziativa di ciascuno.

Il giubileo è quindi caratterizzato da un movimento personale, sostenuto dalla fiducia che ciascuno farà ciò che gli è possibile per vivere questo tempo speciale.

Solo in seguito verranno inseriti i pellegrinaggi, cammini esteriori, simbolo dei cammini interiori e, sicuramente – per quanto impegnativi e duri – meno difficili da compiere rispetto alla restituzione di ciò che in cinquanta anni si è messo da parte.

Il pellegrinaggio rappresenta il cammino verso la giustizia dell’inizio, un cammino in gruppo ma che ciascuno compie da solo, come personale è la chiamata al passaggio dal non ancora all’oggi del compimento; un tempo e un cammino per vivere ciò che ha vissuto Dio: ammirazione e stupore di fronte a ciò che ha fatto.

L’esperienza di fede, non è sognare un futuro migliore ma lasciarci coinvolgere in un progetto che tende alla realizzazione. Il giubileo ci inserisce in un processo: accogliere questo inserimento è dichiararci disponibili l passaggio dalla visione ai fatti, da ciò che il giubileo ci fa intravedere, come ideale, alla piena realtà del regno di Dio: un annuncio escatologico.

Il giubileo è la possibilità di fare passi concreti verso il compimento del desiderio di Dio sull’umanità. Siamo inseriti nel processo e nel cammino del popolo d’Israele, prendiamo la loro eredità e cerchiamo di farle fare un passo in più.

Il giubileo prenderà poi altre concretizzazioni con il tempo dei profeti, soprattutto con il profeta Isaia, che annuncia un anno di Misericordia e Consolazione, un anno di Buone Notizie, di lieti annunci:

 

Lo spirito del Signore Dio è su di me
perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,
a promulgare l’anno di misericordia del Signore,
un giorno di vendetta per il nostro Dio,
per consolare tutti gli afflitti,
per allietare gli afflitti di Sion,
per dare loro una corona invece della cenere,
olio di letizia invece dell’abito da lutto,
canto di lode invece di un cuore mesto.
Essi si chiameranno querce di giustizia,
piantagione del Signore per manifestare la Sua gloria.

Ricostruiranno le vecchie rovine,
rialzeranno gli antichi ruderi,
restaureranno le città desolate,
devastate da più generazioni. (Is 61, 1-4)

 

Questi versetti sono la descrizione della vendetta dal Signore. Il Signore si vendica ricostruendo e usando misericordia, si muove a partire dalle viscere.

La parola misericordia, in ebraico, ha la stessa radice della parola viscere.

Il Signore si lascia guidare nella vendetta dalla compassione; la vendetta è proprio compassione e misericordia verso gli afflitti e gli sconsolati, verso ogni uomo in ogni luogo.

Ecco un altro passaggio: l’anno di misericordia non è più legato a un luogo e a un popolo. La compassione si allarga per raggiungere ciascuno, mettendo in rilievo la chiamata a riparare ciò che le generazioni precedenti hanno devastato.

Il giubileo viene così slegato dalla terra e legato alle relazioni, prendendo due concrete direzioni: la liberazione e la consolazione:

-      liberare dalle lacerazioni, dalle ferite e spaccature, attraverso il gesto di fasciare le piaghe e liberare dalla schiavitù;

-      consolare veicolando la Buona Notizia, attraverso la trasformazione del lutto in gioia, il passaggio dalla cenere all’olio di letizia.

 

Il profeta Isaia scende nei particolari offrendo al popolo delle indicazioni concrete: un anno per consolare e liberare, un anno per unire i gesti e le parole, un anno perché la consolazione sia accompagnata da gesti di liberazione e la liberazione da parole di consolazione.

Un anno, dunque, per entrare nel desiderio di Dio compiendo e proclamando fatti e parole di liberazione e consolazione.

Tutto ciò per ravvivare la ricerca e fede nel Signore.

Isaia parla ad un popolo in esilio, in un tempo di lontananza, ad un popolo lontano perché si è dimenticato del Signore. Consolare e liberare sono i nomi dei passi concreti per riavvicinarsi a Dio, passi che diventano modalità di vita, che aprono e segnano nuove vie di misericordia e di compassione. Liberare e consolare per iniziare a compiere e realizzare, qui e oggi, il desiderio di Dio per ogni uomo.

L’ultimo passaggio offerto è la contemplazione del giubileo vissuto da Gesù:

 

Si recò a Nazaret, dove era stato allevato;

ed entrò, secondo il Suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere.

Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:

Lo Spirito del Signore è sopra di me;

per questo mi ha consacrato con l’unzione,

e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,

per proclamare ai prigionieri la liberazione

e ai ciechi la vista;

per rimettere in libertà gli oppressi,

e predicare un anno di grazia del Signore.

Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette.

Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui.

Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi».(Lc 4, 16-20)

 

Gesù, in questo testo di Luca, inaugura il tempo dell’annuncio citando il testo di Isaia.

Gesù afferma che questo tempo di grazia si è realizzato, non è più tensione verso un tempo futuro, ma è oggi la Sua attuazione.

Con la Sua presenza, Gesù è l’anno giubilare, esce dalla prassi dei quarantanove anni.

Il giubileo è per Lui uno stato di vita, una scelta di vita; in Lui costantemente liberazione e consolazione diventano modalità di relazione.

Gesù vive l’affidamento al Padre e alla Provvidenza – Suo Padre è il Signore del Tempo e della Storia – e dimostra questa Sua consapevolezza parlando della terra per raccontare qualcosa del Regno di Dio, avvicina le distanza tra la terra e il cielo, fino alla loro unificazione, in modo che, parlando dell’una parla già dell’altro.

Gesù è l’unico che ha compiuto il giubileo.

Gesù è la vendetta di Dio. Tutto quello che opera, tutta la sua vita, è orientata a ri-portare ogni uomo alla bellezza dell’inizio, ad accompagnarci nel cuore di Dio per scoprire cosa c’è in questo cuore, qual è la forza che mette in moto tutto il resto.  

La prima modalità di Gesù, di essere giubileo di misericordia e consolazione, è l’incarna-zione, un modo certo di garantire la Sua presenza tra gli uomini, di radicarsi nella realtà degli uomini, di essere il Dio vicino, il Dio con noi che condivide la storia, la sofferenza e la speranza.

La vicinanza è il Suo modo di essere presente.

È un Dio che fa la fila tra i peccatori, rinunciando ai privilegi.

Gesù si mette in mezzo a chi è discriminato, esce per fare entrare chi rimarrebbe fuori: lebbrosi, malfattori…

Il nostro Dio non sta dove dovrebbe stare, è continuamente in movimento, per andare a cercare e a recuperare chi altrimenti rimarrebbe escluso. Il nostro Dio si lascia toccare e spingere dalla folla, da chi non lo conosce o non lo riconosce…

Questo mistero della condivisione di Gesù della nostra vita ci indica che non esiste situazione nella quale non possiamo avvicinarci ed entrare per restare al fianco di qualcuno.

Condivisione dunque, e trasformazione, che si concretizzano nella capacità di accompagnare i passaggi, di guardare in modo profetico la realtà per darne un significato oggi.

Trasformare è dare senso alla quotidianità, a quel mondo che mi appartiene e che riguarda me tanto quanto il Signore, perché è solo dentro il nostro mondo che possiamo incontrarlo. Il mio mondo è prima di tutto il Suo mondo, quel mondo che Dio ha tanto amato fino a dare il Suo unico Figlio (Gv 3, 16). Gesù è l’unione tra Dio e gli uomini, unifica la lontananza e la vicinanza, il Padre e i fratelli.

Trasformare il mondo, è trasformare la folla che sfiora, spinge e tocca senza conoscere e senza sapere, in Figli e Fratelli: nella grande famiglia di Dio.

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